L’AMBIGUITÀ DA SCIOGLIERE

di Riccardo Terzi

Il Congresso di Pesaro ha rappresentato, dopo una lunga fase di sbandamento e di navigazione senza bussola, un primo approdo chiarificatore almeno su due punti essenziali: la funzione democratica del partito politico, come organismo strutturato e partecipato, e la piena assunzione del riformismo socialista come nostro insostituibile orizzonte di senso. Si tratta, in apparenza, di due affermazioni scontate. Ma in realtà è stata ed è tuttora fortissima la spinta nella direzione opposta: verso la dissoluzione del partito politico e verso la definitiva archiviazione del pensiero socialista. A questi due nodi è legato il destino della sinistra come forza autonoma.

L’alternativa è chiara: la sinistra può scommettere su se stessa, sulla forza di innovazione che può trovare nel suo stesso patrimonio storico, o viceversa può giungere alla conclusione che l’unica sopravvivenza possibile è nel trasformismo, o, per usare un’espressione più nobile, nella trasfigurazione di tutti i valori. Questa famosa formula di Nietzsche riassume in modo esemplare l’ansia negatrice attraverso la quale si fa valere il vitalismo originario della volontà di potenza. E sembra essere Nietzsche l’ispiratore delle suggestioni e dei miti che sono stati inseguiti dalla sinistra nel momento della sua crisi: la continua ricerca di un andare oltre, di un nuovo inizio, e anche forse, per qualcuno, l’illusione di poter essere un nuovo Zarathustra. Il ricorso al mito diventa necessario quando si perde il controllo razionale della situazione, e la produzione simbolica serve allora a mascherare l’angustia della manovra tattica.

Riproporre il discorso del riformismo socialista significa tornare alla realtà, alla razionalità del pensiero politico, e sotto questo profilo Piero Fassino ha il grande merito di averci riportato con i piedi per terra. Le due questioni, del partito e della cultura socialista, sono tra loro strettamente connesse, sia per quanto riguarda la loro genesi storica, il loro nascere insieme, l’uno in funzione dell’altra, sia per quanto riguarda la prospettiva politica. E infatti ogni volta che si vuole andare oltre l’attacco avviene su ciascuno di questi due terreni, e tutta la nostra storia è la storia di questo combattimento, teorico e pratico, tra i due opposti modelli del riformismo e del populismo, dell’organizzazione politica consapevole e della carovana che si avventura verso l’ignoto.

Se vogliamo fare una storia di questo combattimento, dobbiamo risalire indietro, fino a Enrico Berlinguer. È in quella fase che ha inizio la crisi delle forme politiche, la loro destrutturazione, e comincia a manifestarsi una tendenza populista, fondata sul rapporto plebiscitario diretto tra leader e popolo. Per molti Berlinguer rappresenta il momento della massima forza ed egemonia della sinistra. Ma è una forza che ha già in sé, a mio giudizio, i germi della crisi. Oggi possiamo avere la distanza storica necessaria per compiere un esame critico di quella fase, senza incorrere nel delitto di lesa maestà. Anche Fassino, nel suo recente libro, ha voluto misurarsi con questo problema storico-politico.

Io non condivido interamente la sua analisi. Ma finalmente un dirigente di quella generazione non ripete l’insulsa tesi di non essere mai stato comunista, ma solo berlingueriano, il che equivale a fare di Berlinguer una specie di padre Pio, venerato paganamente anche da chi sta fuori dalla Chiesa. Ed è il peggiore insulto che si possa fare alla sua memoria. La tesi di Fassino è che il PSI di Craxi ha intercettato le domande di innovazione della società italiana, e che Berlinguer ha chiuso il PCI in una posizione conservatrice e difensiva, opponendo all’offensiva craxiana la fragile diga, tutta ideologica, della diversità comunista. Questa a me sembra essere solo la facciata, il lato apparente della situazione. Il dato di fondo è che in quella fase inizia una trasmutazione delle forme politiche, con un declino delle tradizionali appartenenze ideologiche e con l’apertura di un rapporto più complesso e dialettico tra società e politica, a cui i partiti reagiscono giocando la carta della personalizzazione, dell’investimento sulla figura del leader. Alla complessità si risponde con la semplificazione, e il partito politico, come organismo collettivo, comincia la sua ritirata strategica, adattandosi al ruolo passivo di cassa di risonanza al servizio del leader, senza una propria autonoma vitalità democratica.

Craxi e Berlinguer, diversissimi nelle posizioni politiche e nei tratti personali, partecipano entrambi a questa evoluzione e accelerano, consapevolmente o no, questo processo. In questo sono entrambi schiettamente moderni. Ma sono anche le vittime di questa modernità, perché il modello leaderistico può dare solo dei vantaggi effimeri, e la fragilità della struttura politica provoca alla fine una situazione di collasso. Così è avvenuto, sia pure in forme e con tempi diversi, sia per il PSI che per il PCI, le cui storie, a ben guardare, sono state storie parallele. Entrambi i partiti hanno fallito l’appuntamento con la modernità. E questo fallimento dipende dal fatto che si è affrontata la complessità sociale e la sua crescente domanda di autonomia con un’idea dirigistica, con la riproposizione del primato della politica. I due partiti leggono con criteri molto diversi la società italiana, ma intendono comunque dominarne la dinamica con l’affermazione di un forte decisionismo politico, sia pure strutturato su diversi valori di riferimento. In sostanza, il rapporto con la modernità è per l’intera sinistra un rapporto assai problematico. Berlinguer, cogliendo i segni di questo scollamento tra politica e società, pone in primo piano la questione morale e cerca di fame un punto di forza, un’arma politica. Craxi fa l’operazione inversa, e cerca di assecondare il dinamismo spontaneo della società. Ma appaiono, l’uno e l’altro, ad una società ormai resa diffidente, tentativi solo strumentali. Per questo, lo schema che oppone il PSI modernizzante al PCI conservatore è uno schema troppo sommario e superficiale, il quale non rende conto della crisi che ha investito tutta la sinistra, nessuno escluso.

Per capire il clima politico di quegli anni, è assai illuminante e inquietante il libro che raccoglie gli appunti riservati di Antonio Tatò per Berlinguer. È qui messo a nudo tutto il meccanismo che produce quello che si è chiamato il culto della personalità. Nello schema di Tatò c’è la genialità del capo, l’unico capace di vera lungimiranza strategica, e c’è la struttura del partito, con i suoi complessi rituali e con le sue interne mediazioni, che agisce solo come un impaccio, come un elemento di freno. Ormai l’unica risorsa possibile è il rapporto diretto tra il leader e il popolo. Ciò che sta in mezzo è solo il luogo dell’intrigo e dell’opportunismo. Come si vede, siamo in pieno populismo. La crisi del partito politico è già virtualmente aperta, e il PCI, in quegli anni, è già un organismo incapace di una reale dialettica democratica. A ciò si accompagna, sul piano della teoria politica, una fortissima avversione verso un possibile esito di socialdemocratizzazione del partito: il riformismo socialista non è affatto lo sbocco naturale del processo di revisione critica del PCI, ma è lo snaturamento della sua funzione storica e rivoluzionaria. Si può naturalmente indagare meglio la natura dei rapporti tra Tatò e Berlinguer, ma è difficile negare che vi sia stato un humus culturale comune, su cui si reggeva un rapporto fiduciario assai stretto.

Troviamo qui le premesse dell’evoluzione successiva, di quella ricerca di un immaginario oltre che trascende i due fallimenti speculari del comunismo realizzato e del riformismo socialdemocratico. A proposito della famosa svolta di Occhetto, è illuminante la ricostruzione che ne viene fatta nel libro di Fassino. La svolta non nasce come un atto di lungimiranza politica, ma come un gesto precipitoso, come la mossa disperata di chi si sente franare il terreno sotto i piedi. Forse, in quel momento, era l’unica possibilità. Ma ora, a distanza, dovremmo sapere che non si è trattato di un atto fondativo, di un nuovo pensiero, ma solo di una scelta dettata dalla dura necessità. Tatticamente, era necessaria. Ma non si è oltrepassata la dimensione contingente della tattica.

E la crisi politica, già in incubazione nel PCI di Berlinguer, esplode ormai in forme incontrollate, dando luogo ad una lunga diaspora, ad una prolungata fase di incertezza e di indeterminatezza, con una struttura di partito tenuta in una condizione di stress permanente, perché c’è da attraversare tutto il deserto in vista del miraggio della nascita di un nuovo soggetto politico. È un vero miracolo che il partito sia riuscito a sopravvivere e che, nonostante tutto, ci sia ancora una forza in campo. Le spinte negative e autodistruttrici hanno lasciato il segno, ma non hanno fiaccato definitivamente la vitalità di fondo dell’organismo politico. Il congresso di Pesaro segna l’avvio di una fase nuova, di ricostruzione, di rilancio della struttura del partito, scegliendo finalmente di lavorare nel nostro alveo storico naturale, nella grande corrente del socialismo democratico europeo. Ma il programma politico di Pesaro è ancora tutto da dispiegare, sia sul versante della teoria, sia su quello della prassi politica. Non si può sfuggire al fatto che è aperta una vera e propria crisi teorica nel pensiero socialista, per cui non è affatto sufficiente nominare le parole socialismo e riformismo, se ad esse non si restituisce un significato attuale.

Ho detto prima della crescente insofferenza della società civile verso ipotesi dirigistiche, verso la politica come dominio e come decisionismo dall’alto. E tuttavia il socialismo è inseparabile dall’idea di un governo politico, di una direzione consapevole, di un processo democratico che sappia orientare e guidare il meccanismo economico. Dopo la grande ondata del neo-liberismo, ritorna il tema della politica, del rapporto da ricostruire tra politica ed economia. Senza una ridefinizione della sfera pubblica, il socialismo finisce nel grande deposito dei concetti ormai privi di senso.

E lo stesso destino vale per il riformismo, che ha significato solo nel quadro di un rinnovato pensiero socialista, come metodo di realismo e di flessibilità messo al servizio di un progetto di trasformazione sociale. Fuori da questo contesto, il riformismo si capovolge nel suo opposto, e si mette al servizio degli imperativi del mercato.

Il secondo pilastro essenziale del pensiero socialista è quello del lavoro, perché è nel lavoro liberato che si realizza l’autonomia della persona. Anche su questo terreno, c’è un nuovo compito teorico da assolvere, per fare i conti con la nuova configurazione sociale e per rispondere, con un nuovo progetto, ai processi di precarizzazione e di frantumazione del lavoro. Il socialismo, in ultima istanza, è la costruzione di questo rapporto tra la democrazia e il lavoro, tra la politica e la condizione sociale. Ed è proprio questo rapporto che in questi anni è stato smarrito.

La scelta socialista significa dunque ritematizzare alcuni concetti teorici fondamentali: la politica, la democrazia, il lavoro, la cittadinanza sociale. Non si tratta solo di definire un programma. Questo è solo un aspetto del problema, quello più immediatamente politico e propositivo, per indicare l’agenda delle nostre priorità nella prospettiva di una funzione di governo. E sotto questo profilo disponiamo già di molti materiali e di molti contributi, a partire dal lavoro svolto da Ruffolo e da Trentin come responsabili dell’Ufficio di Programma.

Il problema non risolto è quello dell’orizzonte teorico in cui questi programmi si debbono inserire. La difficoltà attuale è quella di sostituire i vecchi schemi ideologici, ormai palesemente consunti, con una più moderna interpretazione del mondo attuale e delle sue contraddizioni. Il nostro punto di crisi non è il programma, ma la cultura politica, la quale non è data dalla sommatoria delle singole proposte programmatiche.

Se vogliamo costruire una linea di comunicazione con la società e con le sue inquietudini, se vogliamo coinvolgere le nuove generazioni, dobbiamo sapere che non basta il pragmatismo, perché la società contemporanea si interroga sulla propria crisi e sul proprio destino, ed è alla ricerca di risposte che travalicano le contingenze immediate della politica. Se la sinistra è capace solo di un riformismo di basso profilo, saranno infine le Chiese a dare un senso alla vita delle persone, a prospettare una possibile pienezza di vita, sarà l’integralismo ideologico a vincere sulla razionalità. Ciò che serve è una grande offensiva culturale, per interpretare razionalmente il nostro mondo, il mondo della globalizzazione e delle diseguaglianze, della crisi dell’Occidente e della rivolta dei paesi poveri, del ritorno delle guerre e dei fondamentalismi. Occorre fare un’opera di chiarificazione culturale, come seppero fare gli illuministi nel Settecento, per dare un fondamento non effimero all’azione politica. Ma chi oggi può riscrivere il Dizionario filosofico di Voltaire? L’unica via che ci è ancora aperta è quella di mettere in funzione uno strumento collettivo, che faccia agire tutte le risorse, intellettuali e sociali, per un’azione politica che sia all’altezza dei nodi strategici del nostro tempo. Il tema che ritorna è quello del partito, un tema che molti, in questi anni, hanno cercato di aggirare, considerandolo come un residuo, non più utilizzabile, dei conflitti del Novecento.

Ora, è indubbio che le forme della politica sono mutate e che non si può più riproporre il modello classico del grande partito di massa, che lo stesso partito politico può vivere solo in un sistema più aperto di relazioni, riconoscendo l’autonomia di una pluralità di soggetti sociali e di movimenti che esprimono, nel loro insieme, una ricca e complessa progettualità politica. Ma, appunto, occorre ripensare il partito, e non farlo uscire di scena, se non al prezzo di rassegnarsi definitivamente ad una democrazia plebiscitaria, per la quale l’unico problema è l’incontro tra il leader carismatico e un popolo di cittadini atomizzati e dispersi, non attori politici, ma consumatori della politica-spettacolo.

Teoria socialista e partito sono i due lati dello stesso problema. Questo problema, possiamo decidere di affrontarlo, o di accantonarlo, per correre dietro alle mode e per inseguire Berlusconi sul suo stesso terreno. È in questo contesto che si apre la discussione sulla lista unitaria per le elezioni europee e sul partito riformista. Non so se è ancora possibile, ma io terrei nettamente distinti i due problemi. Il primo è un problema di tecnica elettorale, e va valutato solo in rapporto ai risultati che ne possono derivare. È una questione tatticamente rilevante, ma circoscritta. Se si vuole fare un referendum su questo punto, non vedo nessuna ragione in contrario, a condizione che ci venga sottoposto un quesito preciso, chiaro nei suoi effetti pratici e non sovraccaricato di significati ideologici.

Se invece i due piani, quello tattico e quello strategico, non sono più separabili, se il primo implica necessariamente il secondo, allora il ricorso al referendum per dirimere il problema storico della riorganizzazione della sinistra sarebbe un vero pasticcio, il cui effetto pratico sarebbe solo quello di consegnare al gruppo dirigente una cambiale in bianco, buona per tutti gli usi. Perché, allo stato delle cose, siamo posti di fronte ad una prospettiva ambigua, che può significare percorsi politici tra loro del tutto diversi. Il tema reale è la ridefinizione del campo di forze di un moderno riformismo europeo: passare dalla dimensione nazionale a quella europea, dalle vecchie identità politiche ad una identità nuova che sia costruita sui grandi nodi strategici del nostro tempo, e ridefinire quindi il senso e l’orizzonte di una politica riformista per il prossimo futuro. Questo richiede un lavoro di scavo, una complessiva rivisitazione delle culture politiche e un loro aggiornamento teorico. È questo che si vuole fare? O si vuole solo una grande semplificazione, mettendo così insieme, al servizio di un leader, un partito senza identità e senza pensiero? Qui sta l’ambiguità, che deve essere sciolta.

Possiamo trovarci di fronte ad un nuovo capitolo della storia del trasformismo, a una nuova ritirata, con la quale la sinistra si taglia i ponti alle spalle e cerca riparo nella casa più accogliente del pensiero liberal-democratico. Si fa cioè quello che ha auspicato Michele Salvati: traghettare i DS nel campo dei moderati, e lasciare al loro destino tutti coloro che si oppongono a questa mutazione. Non è una strategia, ma una fuga.

All’inverso, si può delineare un percorso di ricostruzione, con l’obiettivo di riorganizzare il campo del riformismo europeo e di dare ad esso un più forte fondamento teorico e progettuale. In questo lavoro, la sinistra non si mimetizza, ma ripresenta intatte le sue ragioni e le sue ambizioni, come forza trainante di un nuovo progetto politico. Se l’obiettivo è la fondazione di un nuovo organismo collettivo, che sia capace di riattivare il circuito della partecipazione democratica e di rappresentare la società che cambia, tenendo ferma la bussola della rappresentanza del lavoro, dobbiamo allora costruire le condizioni, le basi politiche e teoriche su cui questa impresa si può impiantare. Altrimenti costruiamo sulla sabbia un edificio destinato a crollare, e mettiamo al servizio di Prodi un esercito di sbandati, che seguiranno il leader solo fino a quando c’è una ragionevole prospettiva di successo, secondo un calcolo opportunistico delle convenienze. Non un partito politico, quindi, ma un cartello elettorale. La mia risposta all’iniziativa che ha preso avvio dall’incontro Prodi-D’Alema è quindi interlocutoria e problematica. Dipende da come si scioglie l’ambiguità, dalla strada che si intende percorrere: quella della costruzione politica, o quella della manovra trasformista. Allo stato delle cose, il quadro non mi pare affatto chiaro. Vorrei essere d’accordo con Alfredo Reichlin, ma non sono sicuro che le cose vadano nella direzione da lui indicata. Sta comunque a noi tracciare una strada possibile, e dare un contributo per far partire con il piede giusto tutta la discussione sul futuro della sinistra. In fondo, mi sembra essere questa l’ambizione della nostra rivista: riorganizzare le forze del socialismo riformista, nel nuovo quadro europeo e mondiale, usando la pazienza dell’indagine politica e scientifica, e senza improvvisare nuove svolte spettacolari.



Numero progressivo: H42
Busta: 8
Estremi cronologici: 2003, novembre
Autore: Riccardo Terzi
Descrizione fisica: Fotocopia pagine rivista
Tipo: Scritti
Serie: Scritti Politici - Riflessioni politiche -
Pubblicazione: “Argomenti umani”, novembre 2003, pp. 6-14