MOVIMENTO SINDACALE E PROBLEMI DELL’AMBIENTE

di Riccardo Terzi – Presidente Associazione Ambiente e Lavoro

Il tema dell’ambiente è stato fin qui considerato come un tema secondario, nel senso letterale del termine, in quanto esso interviene solo come correttivo di un tipo di sviluppo che è dato. Si tratta cioè di valutare gli effetti secondari negativi che lo sviluppo produce e di mettere quindi in atto uno specifico intervento volto ad attenuare l’impatto sull’ambiente.

L’intervento ambientale è solo a valle, e non mette in discussione il modello di sviluppo e le sue finalità. È questa l’impostazione tuttora prevalente nella cultura politica, anche all’interno della sinistra. Ciò che all’opposto caratterizza il movimento ambientalista e lo fa essere un momento di rottura è il rovesciamento di questa logica, l’inversione di priorità nel rapporto tra sviluppo e ambiente. Se finora si è pensato che si debba perseguire il massimo di tutela ambientale compatibilmente con le esigenze dello sviluppo industriale, ora si dovrebbero invece perseguire gli obiettivi di sviluppo solo in quanto compatibili con l’ambiente. Cambia dunque la gerarchia dei valori, cambia l’orizzonte culturale. La battaglia politica sul nucleare aveva esattamente questo significato. Il movimento antinucleare infatti non chiedeva condizioni di maggiore sicurezza, ma l’interruzione di un intero ciclo tecnologico, in quanto intrinsecamente insicuro. Ed è appunto qui, in questa volontà di uscita da un dato universo tecnologico, che sta lo scandalo per tutta la cultura tradizionale, che vede in questa scelta un’inammissibile rinuncia a percorrere fino in fondo, anche con i rischi che in qualche misura sono inevitabili, la strada del progresso tecnico e scientifico. L’asprezza dello scontro politico si spiega per questa sua complessiva implicazione politico-culturale, che va ben oltre il destino delle poche centrali nucleari funzionanti in Italia, il cui contributo al fabbisogno energetico è comunque assai limitato. I sostenitori del nucleare hanno quindi ragione, dal loro punto di vista, nel considerare che qui è in gioco una questione di principio, e conseguentemente ritengono irresponsabile l’atteggiamento superficiale di chi pensa di poter affrontare questo problema con una manovra tattica, con una concessione democraticistica all’ondata emotiva che si è prodotta dopo Chernobyl, senza riuscire a capire i più generali effetti politici, culturali e di strategia economica, che inevitabilmente porta con sé un mutamento di linea su un punto che in sé può apparire secondario.

La questione ha effettivamente una portata politica densa di conseguenze.

Il rovesciamento del rapporto tra sviluppo e ambiente proposto dal movimento “verde” non è indolore e va valutato attentamente in tutti i suoi effetti.

Un tale rovesciamento è possibile solo nel momento in cui si determinano alcune condizioni: un livello sufficientemente alto dello sviluppo delle forze produttive, per cui diviene possibile guardare al futuro in termini qualitativi più che quantitativi, la possibilità di attingere a nuove risorse tecnologiche, che consentono di dare priorità all’ambiente senza che ciò comporti un arretramento del livello di civiltà, il funzionamento efficace di meccanismi di controllo democratico, sia per ciò che riguarda l’esistenza di un’opinione pubblica sensibile ed informata, sia per ciò che attiene all’efficacia dell’amministrazione pubblica.

Per queste ragioni la cultura “verde” prende corpo nei paesi più sviluppati, e solo in essi può rappresentare una risposta accettabile ed adeguata ai problemi dello sviluppo. In altre condizioni, quando ancora si tratta di gettare le basi di un’economia industriale moderna, l’effetto di queste posizioni sarebbe regressivo e giocherebbe a favore della conservazione di rapporti sociali arretrati. Io credo dunque che si debba ragionare in termini storici concreti, e vedere, con un’analisi circostanziata, come stanno le cose nell’Italia di oggi.

In Italia una svolta nel rapporto tra sviluppo e ambiente sembra essere ormai maturo e necessario. Sotto molti aspetti abbiamo già raggiunto un punto-limite, oltre il quale la continuazione dell’attuale modello di sviluppo provoca alterazioni irreversibili dell’equilibrio ambientale. È sempre più evidente, quindi, il limite di un intervento a valle, di un’azione di tutela ambientale che agisce solo ex post, lasciando inalterato un meccanismo di sviluppo che produce effetti distruttivi sempre più vasti, moltiplicati nel nostro paese da una particolare carenza dei controlli amministrativi.

Occorre dunque intervenire direttamente sul processo produttivo, con un complesso di innovazioni che riguardano l’uso delle risorse, i materiali utilizzati, le tecniche produttive, la localizzazione, e anche, più in generale, con una riorganizzazione del sistema dei consumi e degli stili di vita.

Che rapporto c’è tra la politica per l’ambiente e la politica per l’occupazione? È importante capire le relazioni tra questi due aspetti perché accanto all’emergenza ambientale c’è, non meno grave, l’emergenza di una disoccupazione di massa. E c’è, nel comportamento pratico del movimento sindacale e nella coscienza collettiva dei lavoratori, il timore che la scelta della tutela dell’ambiente come scelta prioritaria provochi un rallentamento dello sviluppo e conseguentemente un’ulteriore crisi dell’occupazione.

In singole concrete situazioni esplode apertamente la contraddizione, come quando si tratta di chiudere una produzione a rischio, o di trasferirla. Appare allora un conflitto tra gli obiettivi del movimento ambientalista e le esigenze immediate dei lavoratori, come è accaduto nel caso della Farmoplant, e in altri casi analoghi. In termini più generali, è certamente vero che una politica organica per l’ambiente è in grado di produrre anche nuova occupazione: nelle attività di ricerca, nella formazione, nelle strutture amministrative addette al controllo sanitario e ambientale, nell’attività di riciclaggio, nella produzione di nuove tecnologie “pulite”, nell’industria del disinquinamento.

Una valutazione complessiva dei possibili effetti occupazionali che tutto ciò comporta dovrebbe in larga misura neutralizzare quelle preoccupazioni che, all’interno del movimento operaio e sindacale, favoriscono un atteggiamento di riserva critica nei confronti delle istanze della cultura ambientalista.

Occorrono, a questo proposito, valutazioni approfondite e circostanziate. E il movimento sindacale, sulla base di una ricerca di questo tipo, deve poter pervenire alla definizione di precisi obiettivi e piattaforme. Ad esempio, la ricognizione fatta circa il grado di copertura degli organici nelle strutture della prevenzione primaria in Lombardia ha mostrato uno stato generale e gravissimo di carenza, da cui discende la necessità di aprire con forza una vertenza sindacale, che ha insieme una valenza positiva sia per l’occupazione sia per la tutela dell’ambiente e della salute.

In altri campi è possibile concretizzare proposte e progetti, in modo tale da dimostrare come una politica per l’ambiente si intreccia positivamente con una politica a sostegno dell’occupazione. Penso, ad esempio, alla proposta avanzata in uno studio del PIM per la creazione di un polo ecologico-ambientale per la riqualificazione di un’area dismessa della Falk a Sesto San Giovanni. È un’ipotesi di notevole interesse, che pone insieme problemi di bonifica ambientale di quell’area, di creazione di nuove iniziative (ricerca, formazione, produzione di nuove tecnologie), e di sviluppo di nuova occupazione.

Ma c’è, accanto a questa necessaria ricerca costruttiva di tutte le possibili convergenze tra ambiente e occupazione, la necessità per il movimento sindacale di una chiara opzione politica che lo schieri con coerenza nel fronte della cultura ambientalista, anche indipendentemente dalle considerazioni in materia di occupazione, quell’inversione di valori e di gerarchie di cui prima ho parlato, credo debba esser fatta propria dal movimento sindacale, e che ciò comporti quindi anche per l’iniziativa rivendicativa dei sindacato un momento di svolta.

Nella contrattazione articolata, nella quale il sindacato intende porre problemi qualitativi di organizzazione del lavoro, di controllo delle tecnologie, di valorizzazione del lavoro, il tema dell’ambiente non può che assumere un rilievo nuovo, sia per quanto riguarda l’ambiente di lavoro, sia per il rapporto tra produzione e ambiente esterno. È proprio su questo nodo di problemi che si è costituita l’Associazione Ambiente e Lavoro, che pensa di poter svolgere una funzione di collegamento tra fabbrica e territorio, tra cultura operaia e cultura ambientalista.

D’altra parte, il problema dell’occupazione richiede altre e più generali risposte politiche e sindacali, di fronte agli effetti crescenti della ristrutturazione industriale e della rivoluzione tecnologica. Il sindacato non ha rifiutato di misurarsi con i problemi di efficienza e di competitività delle imprese, e li ha affrontati anche là dove essi hanno comportato riduzioni consistenti di occupazione.

Questo generale processo di riorganizzazione dell’apparato produttivo propone la necessità di misure nuove, ed efficaci, di governo del mercato del lavoro e della mobilità, di formazione e riqualificazione dei lavoratori, di riduzione dell’orario di lavoro e di sperimentazione di nuovi regimi di orario.

Il tema dell’ambiente, quindi, va affrontato sia nei suoi possibili rapporti con la creazione di nuova occupazione, si come obiettivo politico generale indipendentemente da questi rapporti, evitando così di cedere al “ricatto occupazionale” che in molte situazioni viene giocato dalle imprese per indurre nei lavoratori comportamenti di complicità.

Questa svolta nella cultura del sindacato non può che avvenire con un processo non lineare, contrastato, non solo per resistenze culturali, ma per l’esistenza di problemi sociali concreti, di interessi immediati dei lavoratori con i quali occorre fare i conti e a cui occorre dare risposte pratiche efficaci.

In questo lavoro di riorientamento culturale dell’azione sindacale è essenziale, a mio avviso, la costruzione di una rete di relazioni, di collaborazioni, di confronti, con la cultura scientifica e con le competenze specialistiche, cercando di ricreare quel clima di interscambio tra movimento operaio e cultura che in altri momenti si era realizzato, e che negli ultimi tempi ha subito invece un preoccupante offuscamento. È in questa ottica che intende lavorare l’Associazione Ambiente e Lavoro, proponendosi come stimolo per l’intero movimento sindacale.


Numero progressivo: B50
Busta: 2
Estremi cronologici: 1988
Autore: Riccardo Terzi
Descrizione fisica: Pagine rivista
Tipo: Scritti
Serie: Scritti Sindacali - CGIL -
Pubblicazione: “La risorsa ambiente”, 1988, pp. 108-110